Una storia, quella della Cantina Bacco, legata a quella del territorio nettunese in cui nasce. Una realtà vitivinicola che ha saputo dare voce alla natura presente nel territorio di Nettuno: una natura che si colora delle sfumature del vino Cacchione, vitigno autoctono a bacca bianca intimamente legato alle tradizioni storiche dell’area, ma anche alla sua storia e, in particolare, a quella del dopoguerra.
Ad aprire questo secondo articolo della maratona #iorestoincantina è, appunto, La Cantina Bacco. Riesco a fare con loro un’intervista telefonica e a parlare sia con Francesca che con uno degli enologi, Pierpaolo. Da subito, la voce squillante di Francesca mi aiuta a interpretare e a conoscere più da vicino “le voci” di chi sta dietro a questa realtà, nonostante il Coronavirus non mi permetta di visitare momentaneamente questa azienda.mScopro che la Cantina Bacco nasce nei primi anni successivi alla Seconda guerra mondiale, quando Alessandro Bruni (oggi novantaquattrenne) iniziò a coltivare la vigna per uso personale e famigliare. In quel periodo infatti, Alessandro era un allevatore che si ritrovava a percorrere le zone di Nettuno per la transumanza e insieme agli altri soci iniziò con molta fatica a dare vita all’azienda.
Ascoltando le loro interviste – che Francesca ha gentilmente voluto condividere con me – si coglie ancora la bellezza delle tradizioni perdute, dei rituali e delle abitudini legati al vino come la pigiatura del mosto con i piedi nudi, nelle tinozze utilizzate durante la vendemmia. A raccontarlo è un altro tra i fondatori, Evandro, che per quarantadue anni ha lavorato in finanza per poi, nel 1961, iniziare a lavorare al vigneto assieme alla moglie. Accanto a lui Sante il quale racconta di come inizialmente nella cantina ci fossero solo sette soci e di come, in un secondo momento, questi decisero di unirsi alla cooperativa “La Coina” aumentando il numero delle risorse al servizio della vite. Nelle parole di Sante così come in quelle di Elda, la quarta dei soci che ho avuto modo di ascoltare, riecheggia la gioia dei giorni della vendemmia con le donne che, nei loro ricordi, cantavano “le canzoni del Festival” durante la pigiatura. Una giornata rotta dalle risate e dall’usanza di fare, l’ultimo giorno di lavoro, “la Fustarda”: si prendeva un grappolo d’uva, le donne lo spremevano e il succo veniva strofinato sul viso; come se quel vino che donava giovinezza e allegria, potesse portare la sua luce anche sul volto. Nei loro racconti, così come nel racconto di Antonia, un’altra socia, risuona il ricordo dell’allegria che accompagnava quelle giornate nonostante la fatica dello sforzo fisico, quando ancora non c’erano le attuali tecnologie. La storia della Cantina Bacco è legata a doppio nodo al Cacchione, vigneto autoctono della zona sopravvissuto alla fillossera grazie al terreno sabbioso su cui nascono le vigne. Questo insetto, infatti, non sopravvive nella sabbia.
Pierpaolo mi racconta che il Cacchione è il vino per eccellenza di queste zone e le cui prime menzioni risalgono addirittura a Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, nonché in alcuni documenti dei monasteri medievali sparsi nel territorio, fino a comparire negli Atti della famiglia Colonna nei quali si legge della sua coltivazione e del suo commercio. Il legame con questo vitigno, uno dei pochissimi a piede franco in Italia, fu rinsaldato ulteriormente nel dopoguerra quando fu permesso a ciascun cittadino nettunese di acquistare un terreno purché vi venisse coltivato il Cacchione. Nei primi anni ‘60 furono numerose le cantine sociali associate a questo vino, infatti il design tipico di quegli anni caratterizza la stessa struttura della Cantina Bacco. A partire dai primi anni 2000, i fondatori, con i soci e i figli, decisero però di fare un forte investimento tecnologico facendo divenire l’Azienda una delle prime realtà di riferimento per i produttori locali per la possibilità di utilizzare le autoclavi interne ai fini della spumantizzazione (Metodo Charmat) e modernizzando completamente il punto vendita.
Con la caparbietà e la volontà di “far parlare” il territorio tramite il suo vino tipico – in contrapposizione con gli altri produttori che prediligevano i vitigni internazionali considerati più “pregiati” – l’azienda decise di ridare vita al vitigno del luogo ottenendo il riconoscimento della DOP Nettuno Cacchione. Oggi, nei suoi 65 ettari circa di terreno, la cantina coltiva oltre al Cacchione, vitigni come il Trebbiano, la Malvasia, il Sangiovese, il Bellone e il Grechetto che ben si affiancano a quelli internazionali. Merlot, Syrah e Petit Verdot . Ben esprimono qui, assieme al Viognier, la loro aromaticità. Le viti godono di un ambiente pedoclimatico ottimo per la loro coltivazione: le brezze marine e un paesaggio boschivo per i vigneti posizionati tra il poligono militare di Nettuno e il mare; la presenza di un terreno sabbioso e maggiormente argilloso per i vigneti a sud, nella zona vicino al fiume Astura e l’entroterra per la coltivazione di vitigni a bacca rossa.
La vendemmia alla Cantina Bacco inizia già verso l’ultima settimana di agosto per la base spumante (maggiormente di pronta beva) per proseguire con la raccolta per gli spumanti extra dry e, alla fine della seconda decade di settembre, si conclude la selezione delle uve del Pantastico, fiore all’occhiello dell’azienda: un vino bianco Cacchione Nettuno DOP ottenuto dalla macerazione delle uve intere a bassa temperatura coltivate rigorosamente a piede franco. Questa tecnica ha permesso alla Cantina di mantenere inalterate le qualità dell’uva e di ottenere un vino dal colore giallo paglierino con bei riflessi dorati e un aroma complesso di frutti maturi e sentori floreali. Un vino che ha una buona struttura e grado alcolico e che vede una maturazione in serbatoi di acciaio per 4 mesi e un affinamento in bottiglia per altri 2 mesi.
In questo momento difficile la Cantina Bacco ha aumentato e implementato la vendita online, già iniziata – tradendo una certa lungimiranza – nel 2018. Oggi, la Cantina Bacco, ha dovuto obbligatoriamente fermare anche i tanti eventi organizzati per il suo pubblico italiano e straniero: degustazioni in cantina, visite guidate nel territorio di Nettuno e alle vigne, corsi di formazione, mostre d’arte, pomeriggi di lettura e serate astronomiche allietate da un brindisi con i produttori. Il Coronavirus potrà solo momentaneamente rallentare le attività di queste realtà, ma non ci fermerà dal ritornare in questi luoghi per aiutare coloro che quotidianamente lavorano nel panorama enogastronomico italiano. Produttori che continueranno le attività con maggiore forza ed entusiasmo di prima, confidando in quel pubblico, curioso o appassionato, ma capace di porsi in ascolto di queste aziende d’eccellenza.
