Il Coronavirus non può fermare la comunicazione, non può nemmeno seppellire la bellezza intrinseca nascosta nelle piccole cose, nelle storie di uomini e donne che stanno vivendo questo momento e che lo stanno combattendo: chi in corsia, chi in un alimentari, chi a casa, chi garantendo i servizi essenziali. In questo scenario attuale, anche le attività vinicole e produttive stanno vivendo una forte battuta d’arresto. E proprio per questo, abbiamo scelto di continuare a comunicare la bellezza, la forza di chi, in questi anni, ha sempre contribuito a offrire qualità al panorama culturale ed enogastronomico italiano. Ad aprire la “maratona” #iorestoincantina è l’azienda vitivinicola “Poggio alla Meta”, situata nella zona al confine tra il Parco Nazionale d’Abruzzo, il Lazio e il Molise con vigneti nella valle di Comino e nella media valle del Liri.
Purtroppo, le circostanze ci impediscono di andare a conoscere i proprietari di persona ma tramite un’intervista telefonica scopriamo la storia di questa realtà. Parlo con Simone, che dai nostri primi contatti via e-mail si dimostra amichevole e disponibile. Gli domando quali circostanze abbiano portato alla fondazione di questa azienda. La storia inizia il secolo scorso quando suo padre (Mariano Nicótina), enologo e professore presso l’Università di Agraria di Napoli, intravide nel 1999 in questa zona un luogo ideale per la vite inserendovi i primi impianti già nel 2000. Con l’audacia di chi è capace di porsi in ascolto del territorio e dei suoi frutti, Simone e la sua famiglia hanno impiantato i primi vigneti nella zona del Cabernet dove negli stessi anni nasceva la DOC Atina Cabernet. Successivamente, attraverso gli studi di zonazione, hanno individuato all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo – nel versante laziale – un’altra zona interessante per la vite e lì hanno iniziato la coltivazione di vitigni a bacca bianca. La prima ad essere coltivata fu la Passerina, autorizzata nella zona. Nella DOC, il taglio bordolese Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot e Syrah caratterizza invece Il Giovane – con maggiore forza e presenza tannica – e Il Vecchio, un vino più morbido affinato in barrique di rovere francese. La profonda conoscenza del territorio, la competenza del prof. Nicótina e gli studi nati dalla collaborazione con l’ex studente e agronomo Anselmo Cioffi, hanno permesso a Poggio alla Meta di riscoprire e dar voce a vitigni autoctoni precedentemente dimenticati come il Maturano, il Pampanaro e il Capolongo. Tra gli IGT, di pronta beva e destinati ai mercati GDO , il Bianco alla Meta (un uvaggio di Passerina, Maturano e Moscato Bianco di Terracina) e il Rosso alla Meta (Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, Merlot e Lecinaro). Punta di spicco, il Lot che nasce da un Merlot in purezza, con cloni selezionati a Bordeaux e che, in questo territorio, regalano risultati di pregio. Con pazienza e professionalità, l’Azienda Poggio alla Meta è cresciuta gradualmente ne tempo. I vigneti, perlopiù allevati a cordone speronato e guyot, godono delle ottime condizioni pedoclimatiche di queste zone: le DOC nascono infatti a 450 m sul livello del mare, mentre i vini a bacca bianca sfruttano le brezze di un territorio a 700 metri s.l.m.
L’azienda, mi spiega Simone, ha sempre lavorato orientandosi all’ecocompatibilità e allo sviluppo sostenibile: dalle tecnologie usate fino al packaging, vi è infatti una particolare attenzione all’ecosostenibilità, al rispetto dell’ambiente e della natura. La stessa cantina è stata infatti progettata con metodologie avanzate che sfruttano il freddo e la forza di gravità, consentendo la lavorazione a caduta e limitando quindi l’impiego di pompe meccaniche, dando vita a ottimi vini naturali e biodinamici. I serbatoi di macerazione sono in acciaio inox, ciascuno indipendente e termoregolato, e vengono alimentati dall’alto senza utilizzo di pompe o coclee. Per la maturazione dei vini destinati all’invecchiamento vengono utilizzati invece legni francesi, barriques e tonneaux con diverse tostature, in parte nuovi e in parte di secondo passaggio.
L’attenzione al territorio, alla vigna, alla cura della singola pianta è riconoscibile anche nell’immagine e nella mission dell’azienda. Nonostante il difficile momento che produttori e commercianti stanno attraversando, Poggio alla Meta ha scelto di non orientarsi alla vendita online, prediligendo il contatto umano e diretto con il visitatore: contatto che permette di comunicare il vino, spiegarne la storia, farne apprezzare la particolarità e narrare le vicende e le circostanze “incrociate” di coloro che hanno scelto di far parlare il territorio e la sua cultura attraverso la vite. Per questo motivo le visite in cantina e in vigna sono sempre accompagnate e arricchite dalle spiegazioni del personale competente, consentendo così a tutti di accedere alla comprensione di questi vini e di degustare il frutto di questa terra. Comunicare il territorio, raccontare come esso si esprime nel vino, è la peculiarità dell’azienda che, ad un marketing prevalentemente online, predilige la relazione con le persone e la terra.
Il Coronavirus, ripetiamo, non può fermare la comunicazione né le buone pratiche di chi dà voce ai prodotti della natura ma, soprattutto, non può fermare il desiderio e l’attesa di ritornare a visitare e a scoprire realtà come quella di Poggio alla Meta. Una punta di diamante nel panorama naturale e storico del basso Lazio.
