Ascoltare la storia di Filippo Mangione e della sua azienda Ayunta, costringe ogni buon appassionato di vino a raccontarne con dovizia e cura di particolari ogni sfumatura, trama e intreccio. Cresciuto tra Agrigento e Milano, eredita dal padre la naturale inclinazione per il vino, la natura e i suoi frutti. Mentre ascolto la sua voce squillante al telefono, Filippo mi confessa che fin da ragazzino inizia a coltivare l’interesse per le annate, i vitigni, le bottiglie di Bordeaux. La sua storia parla di qualcuno che ha inseguito un sogno, partendo dal basso – “senza un soldo” – come ha ripetuto spesso. Mi piace annotare una frase di Filippo, un po’ coheliana, quando dice che, ad un certo punto della sua vita, gli è sembrato che “tutto l’universo cospirasse” affinché raggiungesse il suo obiettivo: quello di vivere per e nel mondo del vino. Quel frutto della natura che Filippo definisce “sacro” perché al cuore di ogni importante evento personale, religioso, mondiale. E’ il vino ad essere stato il primo protagonista dei miracoli; è il vino che si utilizza per brindare a vittorie, trattati, accordi; è il vino ad aver mosso per primo i tanti mercanti che si sono aggirati, incontrati e confusi lungo le vie dei commerci in ogni tempo. Laureato in Economia, inizia a scrivere come giornalista enogastronomico per importanti riviste del settore e a inserirsi nel panorama della vendita del vino in un contesto nazionale e internazionale: dall’Italia, all’Inghilterra, all’ America. E’ qui, a New York, che Mangione conosce un approccio commerciale nuovo: “la storia è lì e non al tavolo di degustazione dove assegnare dei punteggi alle bottiglie”. Un periodo di vita, quello americano, che ha lo indotto a porsi quelle domande fondamentali per iniziare un nuovo percorso. Il suo.
Da “Manager aziendale posso dire che vendere vino è complicato: è una delle categorie al mondo che ha più sostituibilità; lo stesso vino può avere 7 milioni di competitors”. Per Filippo, per vendere con successo il vino è indispensabile mantenere sempre alta la motivazione. Continua, “mi sono domandato quale fosse l’unica azienda di vino per la quale avrei potuto fare il venditore ed essere sempre motivato. La risposta è nata spontaneamente: la mia azienda. Di lì ho deciso che avrei continuato a fare quel mestiere: avrei creato il mio progetto”. Filippo cita un detto toscano, secondo il quale fare vino è qualcosa da ricchi ma, continua “io ho iniziato con pochi mezzi economici, senza tempo e proprietà, non parlandone con nessuno per i primi cinque anni circa”. La zona di riferimento poteva essere solo una: “mi aggiravo sull’Etna con questo intento già da prima: mi ero incaponito con l’Etna; per me il vino di Sicilia è sempre stato l’Etna. Se non fossi riuscito a creare la mia vigna lì, magari l’avrei fatto a Marsala, un’altra zona che amo molto. Ma dovevo farlo; andare a fondo del mio progetto. Ho scelto la strada più difficile: rivolgermi ad una clientela per la quale io ero un estraneo”. Lontano dal grande pubblico dei vini internazionali e della vendita d’élite, Filippo ha deciso di ridare vita a quelle vigne di famiglia, tramandate da generazione a generazione, presenti lungo i versanti del vulcano siciliano; adottandole e prendendosene cura una ad una. Ed è proprio alle sue pendici che inizia la coltivazione di una piccola vigna malandata di un ettaro acquistata da un anziano signore. “Qui”, dice Filippo, “adesso ho la mia comunità: fatta di relazioni, di amicizie, di affetti cresciuti con il tempo. Per molti sono una persona di fiducia: mi lasciano le loro vigne sapendo che darò a queste voce e senso per i loro frutti. Spesso mi ritrovo davanti a vigne centenarie, molto vecchie. Apparentemente sterili ma che nascondono, dentro, un mondo da scoprire camminando tra i filari con pazienza, silenzio e attenzione”. Tante parcelle di vigneti, disseminati lungo i versanti dell’Etna i cui terreni lavici, le forti escursioni termiche e la vicinanza al mare, creano delle condizioni climatiche ottime per vini di struttura e mineralità. Le viti di uve indigene che Filippo ha trovato nelle vigne sono prevalentemente quelle ammesse dal disciplinare DOC: Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio per viti a bacca rossa; Carricante e Catarratto per le bianche. Sono tutte piantate in ordine irregolare – come si faceva una volta, senza prediligere un singolo clone ma differenti varietà – e tra queste sono presenti anche varietà quasi scomparse come Minnella, Moscatedda, Coda di Volpe, Minnella Nera e altri varietali storicamente presenti, come Grenache e Alicante bouschet. Filippo prosegue confidandomi quanto si ritenga un “allevatore d’uva”. I vini devono essere, nell’ottica della sua azienda, “testimoni della vigna in cui nascono e dell’annata. Nessun intervento in cantina per mezzo di additivi o correzioni, solo un moderato dosaggio di solfiti; quindi, vini diversi da annata ad annata, ma sempre di qualità grazie alla bontà delle uve da cui nascono. Una volta che l’uva raggiunge la perfetta maturazione e in perfetta salute, il vino lo aspettiamo nella sua evoluzione spontanea. Per fare questo con vigne vecchie e dislocate in diversi punti del vulcano, le ultime 4 settimane di ogni stagione vendemmiale sono cruciali e il lavoro di selezione e diradamento dei grappoli, uno ad uno a seconda dell’andamento di maturazione e del vino a cui sarà destinato, è l’ultimo immane sforzo indispensabile per poter contare su di un risultato straordinario. La fermentazione viene condotta spontaneamente fino allo svolgimento naturale che il patrimonio dei lieviti riesce a condurre, quindi garantiamo al vino tutto il tempo necessario per maturare a seconda della varietà e dell’annata”. Una coltivazione assolutamente bio (anche se non certificata) e vini con pochi solfiti, per far parlare al meglio i frutti di questa terra. “Piantesparse” e “Navigabile”, gli Etna DOC Bianco e Rosso, il Nerello mascalese nelle sue versioni bianco, rosato e rosso, sono solo alcune delle bottiglie prodotte da Filippo e nate dalle uve a bacca rossa e bianca mescolate in ordine sparse nelle numerose piccole vigne disseminate lungo l’Etna.
Un’ultima curiosità prima di chiudere la telefonata. Il nome dell’azienda, “AYUNTA”. Con voce squillante, Filippo mi spiega l’origine di questa espressione siciliana il cui suono è familiare e caldo: “ Quando ero piccolo, mia nonna mi faceva bere ogni mattina mezzo litro di latte e, per farmelo sorbire tutto, mi ripeteva “t’appigghiare a’junta” e me ne dava un altro pochettino alla volta. Questa parola mi è rimasta nella testa ed è diventata “Ayunta”, il nome della mia azienda. Non volevo usare il mio nome e cognome. Non avevo niente, era impossibile pure inserire una dicitura come “tenute di…”, non avevo nulla, solo un pezzo di vigna. Ayunta era un mantra che avevo nel cervello e mi ricordava qualcosa di significativo: è qualcosa che mi ricorda la carezza, il regalo, anche la spinta a fare di più, a sforzarsi.”
Oggi l’azienda Ayunta combatte contro il silenzio lasciato dal Covid-19 e da tutte quelle realtà che, inevitabilmente e in tutto il mondo, hanno dovuto fermarsi. Ma la forza con cui questa azienda è nata, l’entusiasmo e la passione di coloro che ne curano le vigne giornalmente, non può che essere il segreto della sua resilienza: lo stesso segreto che ha permesso a questa intima realtà di nascere, ri-nascere e divenire un punto di riferimento per la produzione di vini ricchi di storia lungo le pendici dell’Etna.
