Vivere questo momento storico ci costringe a fare delle riflessioni profonde. A guardare non solo al presente e al futuro – che per tutti è sicuramente più temibile in questo frangente – ma a volgere il nostro sguardo anche al passato. E’ difficile in questi giorni parlare di storie, di vini, di persone. Sembra che tutto sia congelato, che ciascuno di noi viva un’apnea quotidiana entro cui sopravvivere.
Domandandoci come poter parlare di vino in questo momento così delicato, è nato immediato un riferimento al passato, alla storia della vite. Ci piace paragonare la vite all’uomo perché, spesso, è proprio così. Ogni tralcio dona i suoi frutti. Ogni vino giovane ha le sue durezze, ha i suoi estremi. Così come tutti quei fanciulli che in gioventù sono ancora “aspri” nei confronti della vita, ed imparano ad ammorbidirsi, a relativizzare, ad essere maggiormente ragionevoli solo una volta maturi, dopo che l’esistenza li ha “affinati”. I vini invecchiati risultano invece più morbidi ma meno immediati rispetto a una giovanissima bottiglia. Un vino invecchiato si deve capire, un vino giovane si deve saper ascoltare: intuendo quali frutti potrebbe dare con la pazienza del tempo. Il vino è l’uomo, lo rispecchia e ne rispecchia la storia in tanti aspetti.
Facciamo silenzio, in questi giorni pesanti. Anche la vite ha vissuto momenti di buio, momenti da cui è rinata più vigorosa di prima grazie all’attesa, all’attenzione per i giusti “vaccini”, per l’innesto migliore che potesse sopravvivere all’incubo della fillossera. Leggiamo la storia e ci sorprendono tante coincidenze con ciò che stiamo vivendo. Anche la fillossera proveniva da lontano, e più specificatamente dal continente americano. Arrivò in Europa nella seconda metà dell’ ‘800, agevolata dagli scambi commerciali e dall’importazione in Francia di barbatelle di viti infette. Anche in questa circostanza, l’Italia in qualche modo fu “avvertita” del possibile sviluppo della fillossera fin dal 1875 quando, proprio nelle vicinanze di Lecco, molte viti iniziarono a seccare, ma solo nel 1879 ne venne accertata la presenza nei dintorni di Valdremera (in provincia di Como) e di Agrate (Milano). Di lì i focolai divennero sempre più numerosi fino a toccare tutta l’Italia. Sfogliando l’Enciclopedia Treccani si legge infatti che “nel 1886 si scoprirono infezioni in Piemonte e nel 1888 in Toscana; nel 1899 furono riconosciute infette le Puglie; alla fine del secolo l’infezione era stata accertata in oltre 900 comuni e interessava più di 350.000 ettari di superficie. Nel 1931 essa risulta accertata in 89 delle 92 provincie italiane, con esclusione soltanto di Frosinone, Rieti e Napoli. Circa la quarta parte degli oltre 4.000.000 di ettari sui quali in Italia è coltivata la vite, venne distrutta o gravemente danneggiata dall’infezione”. La fillossera fu, in qualche modo, il Coronavirus della vite.
Dall’estero, dagli scambi commerciali, da nord a sud, interessò tutti i vigneti italiani: ciascuna pianta, ciascun “uomo”. Iniziò una vera e propria “guerra” a quella che era la prima causa della morte delle vigne, e con loro, dell’economia vinicola. Inizialmente si provò a impedirne lo sviluppo soffocandone le prime manifestazioni, ostacolando la diffusione di quell’insetto devastatore. I vigneti “malati”, o che presentavano i primi sintomi, vennero “sommersi” per distruggere tramite asfissia i parassiti; o “insabbiati”, non essendo la sabbia un “vettore” di questo insetto. Si proseguì anche con una seconda modalità, volta a individuare e circoscrivere le infezioni visibili della pianta: “delimitata l’infezione, si iniettava nella zona infetta e in una zona circostante del solfuro di carbonio (proposto da Thénard nel 1869) nella dose di circa 300 gr. per mq. Queste iniezioni causavano la morte delle viti e degli insetti ospitati sulle radici”. Furono inoltre applicati i divieti alla circolazione di materiali che avrebbero potuto diffonderla maggiormente. Leggiamo che nei rapporti internazionali tali divieti furono regolati dalla convenzione di Berna sottoscritta nel 1881. Nei rapporti nazionali invece, ciascuno Stato provvide con leggi stringenti relative all’importazione, all’esportazione e al transito o con l’imposizione della disinfezione delle barbatelle mediante diversi sistemi (immersione in acqua calda a 53° per 5′; esposizione ai vapori di acido cianidrico per un’ora). Ciò, però, non fu sufficiente.
Cos’è che salvò realmente le nostre piante? La capacità di porsi in ascolto di esse, di fare comunità e di sperimentare con pazienza dei “vaccini” creati ad hoc, con la compartecipazione di viti estere e del loro potenziale. Si comprese infatti “l’immunità” sviluppata da alcune viti americane resistenti all’insetto: iniziarono quindi i primi innesti che prevedevano una pianta “a piede americano” ma con apparato vegetativo e riproduttivo europeo. Oggi, buona parte delle nostre viti hanno origine da questo innesto virtuoso, che ha permesso alle vigne italiane di non scomparire. Il panorama vitivinicolo fu totalmente stravolto da questa “peste” e mutò radicalmente da quel momento in poi. La storia della vite – anzi, la storia della vita – non ci insegna nulla di nuovo, ma ci lascia un grande messaggio: andrà tutto bene.

Vite attaccata dalla fillossera