Accostarsi al vino non è facile e sicuramente i numerosi termini che ne caratterizzano l’analisi visiva, olfattiva e gusto-olfattiva non agevolano tale incontro. Si rischia, infatti, di perdere ciò che il vino vuole raccontare: una storia, quella del suo territorio ma anche dei suoi uomini. E dentro questa storia, racchiudervi il mito, le leggende, la fatica degli esseri umani nel trasformare l’uva in vino. Se ci si sofferma a riflettere meglio, si capisce come il vino sia esclusivamente legato all’uomo, senza il quale non esisterebbe: se non ci fosse la mano dell’uomo berremmo aceto!
Ed è da tale ingegno che nasce quello che è stato uno dei primi frutti della storia umana, presente fin dalla Bibbia, dai primi miracoli, protagonista dei primi racconti mitologici, delle scorte che venivano portate e scambiate tra oriente e occidente. Oggi vogliamo aprire questa settimana accostandoci al vino tramite il mito, interrogando quei racconti che tanto hanno colorato la nostra infanzia, fin dai primi giorni di scuola. Ed è attraverso il mito che vogliamo raccontare e spiegare com’è nata la scienza dell’ampelografia; la disciplina che studia, identifica e classifica la varietà dei vitigni.
Il nome nasce da Ampelo, il primo amore di Dioniso (Bacco, per i romani). Anzi, Amore, con la A maiuscola. Sfogliamo la mitologia, lasciandoci guidare anche dal suggestivo racconto di Roberto Cipresso che nel suo libro “Vino. Il romanzo segreto” (che vi consigliamo!) ricorda con delicatezza, umanità e competenza l’incanto di questa storia. Ampelo, come leggiamo, era un adolescente molto più bello e prestante di Dioniso stesso. I due erano innamorati e Dioniso era gelosissimo del “suo” giovinetto. Come tutte le persone gelose, temeva che qualcosa di spiacevole potesse ferirlo o allontanarlo da lui. Un giorno Dioniso fu stravolto da un terribile incubo, che lo inquietò profondamente poiché il dio ne ricollegò il significato e le immagini al giovane Ampelo. Sognò infatti un drago cornuto sul cui dorso vi era un capriolo. Il mostro rovesciò il capriolo su un altare di pietra e lo infilzò con le proprie corna, lasciandolo esangue. Terrorizzato dall’incubo, Dioniso cercò disperatamente il suo Ampelo. Nonostante il giovane avesse molta dimestichezza con gli animali, lo ammonì mettendolo in guardia dalle “corna del toro”!
Un giorno però Ampelo, mentre camminava da solo, incontrò un toro fra le rocce e si mise ad accarezzarlo; decise allora di cavalcarlo e creare una frusta di giunchi intrecciando erbe selvatiche per ricavarne briglie. Era un ragazzino, Ampelo, e come tutti i giovinetti amava giocare e sfidare se stesso! Il toro cominciò però a impuntarsi, ad innervosirsi e Ampelo cadde rovinosamente. L’animale, impazzito, si accanì sul corpo del ragazzo incornandolo e uccidendolo.
Dioniso cercava il suo amore, lo trovò , ma si accorse di tutto quando ormai era troppo tardi. Nulla poteva il figlio di Zeus: essendo immortale infatti, gli era precluso seguire il giovane nell’Ade, il suo strazio non aveva speranza. Dioniso iniziò a disperarsi, a piangere, e a nulla valsero i tentativi di Eros, dei Sileni e delle Ore di consolarlo. Ma sotto il corpo del giovinetto, che Dioniso strinse in un ultimo abbraccio, un rivolo di sangue stava abbeverando un germoglio, l’annunzio di una nuova pianticella che sarebbe cresciuta avviluppando Ampelo e dandogli una nuova identità. Stando alla versione di Ovidio, il corpo del giovane venne trasformato da Dioniso in una vite. Nata la prima uva, il dio ne staccò i grappoli, li spremette con dolcezza tra le mani con un gesto che sembrava conoscere da sempre, si guardò le dita macchiate di rosso e ricordò quel colore rosato sul volto di Ampelo. Da quel giorno Dioniso girò impugnando il tirso (il bastone di legno attorno a cui si avviluppano pampini di vite e foglie di edera) e il cantaro (la coppa di ceramica, tonda e profonda da cui suggere il nettare dell’uva) indossando una maschera forse – come scrive Roberto Cipresso – “per nascondere quelle lacrime da cui tutto aveva avuto inizio o per dire che il vino sa anche svelare il volto nascosto delle cose e delle persone”. Il volto di quel dio invincibile e seducente che prima d’allora non aveva mai pianto. L’amore infelice per Ampelo divenne vino attraverso il suo sangue. Essendo inventato da un dio il vino è per forza di cose di-vino; la sua prerogativa, come suggerisce Cipresso, è “l’entusiasmo, che significa infatti avere il dio dentro. Per questo il vino aiuta a superare la condizione umana, libera l’uomo da se stesso per farlo sentire partecipe di una universalità superiore di cui tenderebbe a scordarsi”.
Una storia, questa, che ci permette di guardare con occhi nuovi all’ampelografia e comprendere perché è proprio questo il nome che contraddistingue quella scienza dedita all’analisi dei vitigni. E chissà che tra questi qualcuno non nasconda una lacrima di Dioniso.
