Quando parliamo di vino immediatamente vi associamo l’immagine di vigneti verdeggianti, baciati dal sole o grondanti di grappoli maturi. Molti di noi pensano alla mano che raccoglie le uve, ai tini in cui selezionare grappoli diversi, ai piedi che (una volta!) pressavano i chicchi. Queste immagini romantiche vedono spesso sullo sfondo vigneti di diverse tipologie: colture ad alberello, a cordone speronato, a pergola, a guyot o a tendone. Nella stessa cinematografia compaiono romantiche vigne dentro cui perdersi e osservare la maturazione dei primi grappoli. Si pensi ad esempio al famoso film con Keanu Reeves “Il profumo del mosto selvatico”, a “La mia terra” con Rock Hudson e ambientato tra i vigneti di Napa Valley, a “French kiss” nella campagna francese e con una giovanissima Meg Ryan, così come a “Un’ottima annata” di Ridley Scott o a “Saint-Amour” con Gerard Depardieu. L’immagine della vigna, nelle sue molteplici varianti, è entrata nelle nostre case anche e soprattutto grazie al grande e al piccolo schermo. Ma tra queste ambientazioni, così suggestive ed evocative, vi è sempre stata una grande assente, ed è proprio a lei che vogliamo dedicare questo articolo di oggi: la viticoltura eroica. Leggendo il Testo Unico del Vino (e cioè la legge 238/2016) i vigneti vengono considerati “eroici” in tre casi: quando insistono in aree soggette a rischio di dissesto idrogeologico; quando sono situati in zone ove le condizioni orografiche o particolari forme di allevamento creano impedimenti alla meccanizzazione e presentano particolare pregio paesaggistico e ambientale; quando sono collocati sulle piccole isole (come ad esempio Pantelleria e Lipari).
Questo tipo di coltivazione interessa vigneti ben lontani dall’immaginario collettivo, caratterizzati dal fatto che si trovano in zone particolarmente impervie e difficoltose dove solo la dedizione e la passione dei coltivatori permette la nascita e la sopravvivenza delle vigne. Tale sistema vitivinicolo, leggendo il T.U, si sviluppa su terrazze e gradoni, con spazi e mezzi molto ridotti, su terreni con una pendenza ben superiore al 30% e un’altitudine che supera i 500 metri sul mare.
Questo tipo di viticoltura è presente fortemente i varie zone d’Italia: nelle Cinque Terre, dove i viticoltori per trasportare l’uva (come lo Sciacchetrà, uno dei vini più pregiati della zona) hanno installato delle rotaie metalliche che collegano la cima dei terrazzamenti con la base; in Sicilia, sulle pendici dell’Etna o lungo le coste scoscese e rocciose che caratterizzano anche il panorama della Costiera Amalfitana. Altra coltivazione estrema è quella del Muller Thurgau, uva a bacca bianca del Trentino dove i terrazzamenti sono costituiti da ciottoli di porfido, roccia vulcanica che dona aromaticità e intensità olfattiva al vino stesso. Così anche lo Sfurzat della Valtellina nasce dalla fatica di quei viticoltori che lavorano lungo terrazzamenti tipici di questa zona della Lombardia.
Bere un vino che nasce dalla viticoltura eroica obbliga a saper cogliere in quello che all’apparenza è solo un calice di vite il frutto della fatica, dello sforzo e dall’eroica presenza dell’uomo nel suo paesaggio, un paesaggio che – come si legge nell’art. 131 del Codice dei Beni Culturali – è definito come “un territorio espressivo di identità, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali, umani e dalle loro interrelazioni”.
