Soffermarsi sul significato delle parole costringe sempre a fare un passo indietro e a lasciarsi interrogare dalla curiosità. Mettere a nudo alcune espressioni ormai cristallizzate per investigarne il senso profondo, è un’operazione che implica uno sforzo ulteriore: quello di osservare la storia e volgere lo sguardo a quegli uomini e quelle donne che prima di noi pronunciarono certe sillabe, associandole ad una circostanza e ad un quid.
Chi dice “brindisi” – magari facendo tintinnare i calici – dice “Negroamaro”. Che significa? Che senso ha l’espressione “brindisi” e che relazione c’è con uno dei vitigni salentini più famosi?
Sfogliamo le pagine dell’enciclopedia, vogliamo andare alla radice di quello che, in apparenza, può sembrare un semplice augurio. Leggiamo che “brindisi” è innanzitutto un sostantivo maschile, deriva dal tedesco bring dir’s con il significato di «lo porto a te (il saluto, o il bicchiere)». L’espressione è poi giunta nello spagnolo con la medesima accezione, nella parola brindis. Il significato di questo modo di dire ha radici che si confondono però anche con quelle del Negroamaro, del sangue dei crociati e di coloro che partirono per la terra Santa imbarcandosi spesso proprio dalla città salentina. Il Negroamaro, primo tra tutti, nacque ben prima delle crociate e di quella che poi è diventata la città di Brindisi. Nacque prima ancora di quell’espressione che usiamo oggi quando facciamo toccare i nostri calici con quelli di amici, parenti, conoscenti per brindare a qualcuno o a qualcosa. L’origine del Negroamaro è infatti molto antica e risale probabilmente alla colonizzazione greca, che ebbe luogo a partire dal XVIII secolo a.c.

A bacca nera, con grappoli di media grandezza e a forma conica è – con il Primitivo e l’Aglianico – il vitigno più importante della Puglia. Il suo nome è legato al colore stesso del vino, molto intenso e tendente al granato, alla presenza di fiori e frutti rossi al naso e al retrogusto “amarognolo”. Di questo vino si hanno attestazioni fin dall’antichità, ed è qui che la sua storia si confonde e si intreccia con quella dei crociati: coloro che tra l’XI e il XIII secolo partirono da Brindisi per raggiungere la Terra Santa. Oltre alle cibarie, all’acqua, ai panni, veniva portato anche del vino, quello autoctono disponibile e presente su tutte le tavole: Il Negroamaro. Le leggende si sovrappongono, così come le storie nate in quelle circostanze. Leggendo nei libri di storia e parlando con alcuni sommelier, si scopre come i crociati alzando il calice di quel Negroamaro portato dalla Puglia e acquistato nell’ultimo porto da cui erano salpati, nominassero e ricordassero l’ultima città da cui erano partiti – appunto, Brindisi – imitando al contempo quel gesto di far toccare i calici che già era abitudine ed uso dei brindisini. Non è facile individuare con chiarezza e precisione cronologica i tanti aspetti linguistici e storici di un’espressione la cui origine si perde nella notte dei tempi. Ma ciò che è certo, è che l’espressione “brindisi” è intimamente legata anche alla storia della stessa città, al vino che vi si produceva e ai crociati che da lì partivano. Ancora una volta, il vino ci invita a soffermarci, a volgere lo sguardo al passato e a noi stessi che diamo – seppur spesso inconsapevolmente – voce a uomini, storie, esistenze, speranze antiche. Nel nostro “brindisi” rivive la voce di un uomo del XII secolo, nel nostro “brindisi” rivive quel primo Negroamaro che già nell’antichità allietava le tavole della Puglia.
